Enzo Tortora e Angelo Becciu, due galantuomini esposti alla gogna mediatica come pericolosi criminali

 LA GIUSTIZIA OLTRE LA GOGNA

Il fantasma di Tortora e il calvario giudiziario di Becciu

 di Alberto Vacca

 

 

La storia giudiziaria insegna che una sentenza di primo grado non coincide necessariamente con la verità. Lo dimostra in modo emblematico il caso di Enzo Tortora, condannato ingiustamente negli anni Ottanta del secolo scorso e poi assolto con formula piena in appello. Oggi, il processo vaticano contro il cardinale Angelo Becciu riporta alla memoria quel precedente, non per sovrapporre acriticamente situazioni diverse, ma per riflettere su meccanismi giudiziari che rischiano di ripetersi con inquietante ostinazione.

Il caso Tortora: accuse fragili e un errore fatale

Enzo Tortora fu travolto da un’inchiesta nata dalle dichiarazioni di due camorristi «pentiti», Giovanni Pandico e Pasquale Barra, rivelatesi poi inattendibili. Tutto partì da un’accusa marginale – la famosa questione dei centrini, scambiati per segnali in codice usati per lo spaccio di droga – che si trasformò in un impianto accusatorio gravissimo. Nello specifico, Pandico agì per pura vendetta personale: era furioso perché Tortora non aveva messo in vendita, durante la trasmissione televisiva «Portobello», i centrini inviatigli dal carcere. Per dare forza al suo piano calunnioso, egli convinse e istruì altri pentiti ad accusare il conduttore, con la prospettiva che la collaborazione con i magistrati avrebbe garantito sconti di pena nei processi a cui erano sottoposti per associazione camorristica e altri reati.

A ciò si aggiunse un errore clamoroso: il nome «Tortona», riferito a un’altra persona, venne trascritto come «Tortora», contribuendo a incastrare il noto conduttore televisivo. Nonostante le evidenti incongruenze, il 17 settembre 1985 Tortora fu condannato a dieci anni di reclusione per associazione di tipo camorristico e traffico di stupefacenti dal Tribunale di Napoli. Solo in appello arrivò la svolta. La sua innocenza fu dimostrata e riconosciuta dalla Corte d'appello di Napoli con sentenza del 15 settembre 1986, che lo assolse con formula piena e fu confermata dalla Corte di cassazione con sentenza del 13 giugno 1987. Tale esito fu reso possibile dall’attività meticolosa del giudice relatore Michele Morello, il quale condusse un’analisi estremamente approfondita degli atti processuali, riuscendo a portare alla luce le insanabili incongruenze dell'impianto accusatorio e l’assoluta inattendibilità dei testimoni chiave. Fu proprio in quel clima di faticosa ricerca della verità che, nella fase finale del processo, Tortora pronunciò le vibranti e celebri parole: «Signori della Corte, io dovrei concludere dicendo: ho fiducia. Rimbalzo la domanda: avreste fiducia voi? Io vi dico: sono innocente! Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi in questo dibattimento. Io sono innocente. Spero, dal profondo del mio cuore, che lo siate anche voi».

Il processo Becciu: dal palazzo di Londra alle accuse personali

Il processo vaticano che coinvolge il cardinale Becciu è nato formalmente dall’inchiesta sull’acquisto del palazzo di Sloane Avenue a Londra. Tuttavia, il coinvolgimento diretto di Becciu ha preso corpo soprattutto attraverso le accuse di monsignor Alberto Perlasca, suo ex collaboratore, divenute centrali nel processo di primo grado. Dagli atti processuali è ormai emerso chiaramente che tali accuse sono state suggerite a Perlasca da Francesca Chaouqui, mossa dal desiderio di vendicarsi di Becciu per i trascorsi legati al secondo caso Vatileaks del 2015. Il risentimento di Chaouqui nei confronti di Becciu affonda le radici nella sua esperienza all’interno della commissione COSEA, organismo vaticano incaricato di riformare la gestione economica della Santa Sede, operante dal 2013 al 2014. Quando Chaouqui venne proposta come membro della commissione, Becciu si oppose alla sua nomina, segnalando a papa Francesco profili di inopportunità. Questa presa di posizione segnò l’inizio dell’ostilità tra i due. Con l’esplosione del caso Vatileaks, Chaouqui venne prima arrestata, nel novembre 2015, e successivamente condannata dal Tribunale vaticano, nel 2016, a 10 mesi di reclusione – con pena sospesa per cinque anni – per concorso in divulgazione di documenti riservati. Questo evento scatenò una guerra personale di Chaouqui contro Becciu, nei cui confronti cominciò a nutrire un forte rancore, culminato nella sua volontà di screditarlo manipolando la testimonianza di Perlasca.

Oltrehé per l’acquisto del palazzo di Londra, Becciu è stato chiamato in causa anche per altre due vicende: il finanziamento alla Caritas di Ozieri e il caso della liberazione di una suora rapita in Mali. Tre accuse diverse, ma accomunate dall’inesistenza di prove certe che provino la sussistenza dei reati contestatigli.

Il peso delle dichiarazioni e la costruzione del colpevole

Come nel caso Tortora, anche nel processo Becciu il primo grado del giudizio si fonda in larga misura su dichiarazioni accusatorie prive di riscontro oggettivo. Il parallelismo svela però una realtà perfino più amara: il memoriale di Perlasca, pilastro del processo Becciu, ha visto crollare la propria attendibilità proprio a causa di una genesi inquinata da pressioni esterne. Inoltre, va sottolineato che tutte le otto accuse originarie formulate dal Promotore di giustizia sono state dichiarate infondate nella loro formulazione iniziale da parte dei giudici del Tribunale. La condanna a cinque anni e sei mesi di reclusione è arrivata solo grazie a una funambolica riqualificazione giuridica operata dal Tribunale su soli tre capi d'imputazione, trasformando ex post scelte amministrative in reati.

Entrambi i casi rivelano gli effetti nefasti di una narrazione mediatica che precede e condiziona l’esito del processo. Tortora fu esposto alla gogna pubblica prima della sentenza definitiva; sorte analoga è toccata a Becciu, colpito da una condanna reputazionale anticipata quando, il 24 settembre 2020, il papa ne dispose le dimissioni da Prefetto dalla Congregazione delle Cause dei Santi sulla scia di una campagna stampa aggressiva.

Il secondo grado di giudizio come baluardo della civiltà giuridica

La vicenda di Enzo Tortora rimane il simbolo di come il giudizio di appello rappresenti un passaggio vitale per rimediare alle storture del primo grado. Nel caso del cardinale Becciu, questa necessità appare oggi imperativa, specialmente dopo che la Cassazione vaticana, il 12 gennaio 2026, ha sbarrato la strada al ricorso del Promotore di giustizia. Ciò che resta sul tavolo sono soltanto tre capi d'accusa, la cui tenuta è minata da due vizi di fondo: l'uso di formule congetturali che, ribaltando l’onere della prova, costringono l'imputato a dimostrare la propria innocenza contro illazioni basate su mere presunzioni di colpevolezza, e la violazione del principio che il giudice può pronunciare sentenza di condanna solo se l’imputato risulta colpevole del reato che gli viene contestato al di là di ogni ragionevole dubbio.

L’auspicio è che nella Corte d’appello vaticana vi sia un giudice relatore capace di emulare l'esempio del giudice Michele Morello: una figura che sappia mettere in luce ogni singola incongruenza del giudizio di primo grado e accertare finalmente la verità, attraverso un’interpretazione rigorosa dei fatti e delle norme di diritto che reggono il processo.

Guardare al futuro giudiziario di Becciu con la speranza di una riforma della sentenza non significa ignorare l'importanza della trasparenza finanziaria nella Santa Sede. Al contrario, assolvere il cardinale significa ribadire che la giustizia non può nutrirsi di teoremi o opportunità politiche, ma deve fondarsi esclusivamente su certezze fattuali. Una condanna basata su congetture e non su prove certe – qual è quella inflitta in primo grado a Becciu – rappresenta una profonda ferita inferta ai principi del giusto processo. Il giudizio d’appello rappresenta uno degli argini più importanti contro l’errore giudiziario. Non serve a confermare ciò che è già stato deciso, ma a verificare se la sentenza di primo grado sia giusta. Un sistema giudiziario dimostra la propria autorevolezza non quando condanna, ma quando sa riconoscere i propri errori, respingere le pressioni esterne e rifiutare riqualificazioni forzate che snaturano le contestazioni originarie. La ricerca del colpevole a ogni costo, sacrificando il diritto di difesa, non è un traguardo, ma una deriva. In questo quadro, l’assoluzione di Becciu non solo è possibile, ma è anche l’unico esito compatibile con la dignità del diritto e con la credibilità della giustizia vaticana.

Il parallelismo tra Angelo Becciu ed Enzo Tortora non risiede solo nel calvario mediatico, ma nella strenua difesa della propria dignità. Come il conduttore televisivo quarant’anni fa, Becciu ha attraversato il primo grado del giudizio opponendo la forza dei fatti alla fragilità di un impianto accusatorio che ha ignorato l'evidenza delle carte processuali. Oggi, nell’aula della Corte di appello vaticana, risuona lo stesso disperato appello alla verità: «Sono innocente! Lo gridano le carte, lo gridano i fatti». I giudici vaticani hanno ora l'occasione di dimostrare che quel grido merita, finalmente, di trovare ascolto nel nome della vera giustizia.

 

 

 

                                                                                                     

 

 

 

 

 

 

 


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